Interviste

a cura di Luca Mirarchi

Casa Emmaus incontra Sant’Egidio, intervista al presidente prof.Fernando Nonnis

Nel 2017, in Libano a Beirut, la Direttrice Giovanna Grillo ha conosciuto Maria Quinto della Comunità di S.Egidio, responsabile dei “Corridoi Umanitari” per i profughi siriani. E’ stato un incontro felice: Casa Emmaus a più riprese ha dato disponibilità di accoglienza a nuclei familiari per un totale di 20 persone, compreso un nucleo con una giovanissima ragazza con gravissima disabilità. Un impegno notevole, cui abbiamo fatto fronte con nostre risorse. Progressivamente questi nuclei sono transitati nello SPRAR che Casa Emmaus – Impresa Sociale gestisce per il Comune di Iglesias. Al momento questi nuclei vivono la loro vita ad Iglesias, frequentano i corsi d’Italiano, i bambini e le ragazze frequentano la scuola primaria e secondaria, alcuni degli adulti corsi di formazione. Oltre i corridoi umanitari della Comunità di S. Egidio, Casa Emmaus Impresa Sociale  ha avviato autonomamente un corridoio umanitario in proprio in Siria grazie alla disponibilità del Dott. Elia Caporossi, rappresentante della diplomazia italiana in questo Paese , ultimo diplomatico italiano a lasciare la Siria per via dell’avvicinarsi dei combattimenti, in cui è rimasta comunque la nostra ambasciata col personale siriano. Grazie a questo prezioso apporto abbiamo fatto arrivare dalla Siria, attraverso il Libano, 11 giovani universitari siriani, di fede cristiana e musulmana, che attraverso un accordo con l’Università degli Studi di Cagliari, frequentano, con  profitto, in diverse facoltà. Casa Emmaus Impresa Sociale provvede , in modo spartano ma attento alle loro necessità, come fa peraltro per altri ospiti italiani.

Casa Emmaus in Libano, intervista alla direttrice Giovanna Grillo

Da quanto tempo Casa Emmaus lavora a Beirut?

«Almeno 4 anni fa, oramai».

Cosa comporta questo impegno?

«Ad oggi siamo collegati con diverse associazioni e offriamo il nostro contributo in diversi modi. Per esempio, mandiamo ambulanze fornite di tutte le attrezzature necessarie, inviamo i container carichi di tutto ciò che può servire ai siriani esiliati in Libano (come il vestiario, i farmaci più usati, il materiale scolastico), avviamo corsi di formazione professionale, offriamo borse lavoro, cerchiamo di sostenere le loro famiglie anche sul piano economico, pagando l’affitto delle abitazioni in cui si trovano per garantirne la sopravvivenza, ci spendiamo in particolare per le madri sole, che rappresentano un problema fortemente sentito nei paesi musulmani (a riguardo abbiamo mandato diverse macchine da cucire perché possano rendersi autonome). Cerchiamo di contribuire alla cooperazione internazionale intorno a queste realtà, e manteniamo sempre viva la collaborazione con le associazioni libanesi cristiane e musulmane e con l’ambasciata per quel che riguarda i corridoi umanitari e universitari.

Il Libano è un paese come una bomba a orologeria, in cui quattro milioni di persone ospitano due milioni di profughi, c’è grande tensione politica e religiosa. Il ricordo della guerra, ancora fresco (restano i segni sui tanti palazzi bombardati) agisce come deterrente alla ripresa delle ostilità».

Perché Casa Emmaus ha deciso di dedicarsi alla cooperazione internazionale?

«Le ragioni sono molteplici ma nascono tutte da un principio comune: poiché ognuno di noi appartiene al genere umano, nessuno dovrebbe voltare la faccia di fronte al dolore dell’altro. Casa Emmaus è entrata in contatto con il dolore di un altissimo numero di persone nel corso degli anni. Se poi ci riferiamo al Medio Oriente e alla Siria, bisogna anche tener presente la corresponsabilità dell’Occidente nelle guerre che da tempo immemore si abbattono su quell’area. Sarebbe dunque auspicabile anche solo una piccola restituzione di quello che si è portato via a quei popoli. Vorremmo dunque impegnarci a fondo perché queste ferite vengano sanate — consapevoli del fatto che le conseguenze positive riguarderebbero l’intera società».

Chi sono i nostri principali partner in questo Paese?

«La maison de la Providence, Bonheur du ciel, Monastero Deir Mar Musa in Sira, nuova fraternita maronita BEIT MAROUN W KHEDDEM ARZET LEBNEN e naturalmente Sant’Egidio per l’accoglienza delle famiglie. Andando lì spesso, abbiamo messo su una grossa rete di contatti, con molte associazioni cattoliche, greche ortodosse, musulmane, o di ciechi nel sud del Libano».

Quali sono i progetti futuri? «Entro la fine dell’anno vorremmo concretizzare una sinergia che veda come partner L’ATS Sardegna e il Responsabile della formazione per l’ ATS, dott. Gianni Salis e l’Università di Beirut, così da realizzare un progetto di formazione sanitaria che possa aiutare chi è stato colpito, nella popolazione dei profughi dalla guerra, da disturbo post traumatico da stress (PTSD) o debba confrontarsi anche con altri problemi relativi alla sua condizione psicofisica. E siamo profondamente interessati a proseguire la collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio per quel che riguarda il discorso dei corridoi umanitari. Stiamo poi presentando diversi progetti di cooperazione internazionale presentati alla Regione Sardegna, nello specifico per agevolare il reinserimento lavorativo dei profughi siriani. È nostro interesse anche quello di approfondire la collaborazione con la Comunità di Capodarco, attraverso la loro ONG per presentare dei progetti di cooperazione internazionale con loro in Siria». ������П<�߽

Gli educatori Roberto Ambu e Anna Maria Milia raccontano il campus di luglio ad Alghero

Iniziamo partendo della logistica. (Risponde Roberto Ambu). 

«Il campus si è svolto nello splendido scenario del Parco naturale regionale di Porto Conte, a venti minuti circa da Alghero, dal 22 al 26 luglio. Alloggiavamo nell’abitazione dove un tempo viveva il direttore dell’ex colonia penale di Tramariglio, che adesso è stata trasformata in un museo di storia carceraria». 

Da chi era formato il gruppo?

«C’erano sei ragazzi ospiti della Struttura per minori e giovani adulti di via Don Minzoni a Iglesias, tre dei quali sono minorenni. Oltre a me e all’altra educatrice, Anna Maria Milia, avevamo il supporto di Silvia Sbarra, psicologa della formazione, e di Alma Serpi, psicologa dello sport, che hanno organizzato le attività con i ragazzi». 

A quali attività si sta riferendo?

«La mattina era dedicata ai giochi. Alcuni più statici, per esplorare gli aspetti emotivi dei ragazzi, altri più dinamici, per elaborare strategie di problem solving. 

Entrando più nel concreto? 

«Per quel che riguarda il primo tipo, ad esempio il lavoro con i cartelloni. Ogni ragazzo doveva disegnare e ritagliare una stella e poi scrivere su ogni lato una sua caratteristica personale. Dopo le incollavano su un altro cartellone mettendo vicine le stelle che avevano un lato in comune, creando così una costellazione. Chi era molto introverso ha imparato ad aprirsi, e lo ha fatto in modo più spontaneo di quanto avvenga in comunità».

E invece, gli altri tipi di gioco? (La parola passa ad Anna Maria Milia). 

«Ad esempio un esercizio sulla fiducia: i ragazzi a turno salivano sulla staccionata alta un metro, poi si lasciavano cadere di spalle e un compagno evitava che cadessero a terra. Era essenziale la collaborazione. L’hanno fatto anche i più timorosi: questa è un’esperienza che mi porto dentro anche dopo il campus». 

Come trascorrevate il pomeriggio? 

«Escursioni e visite. Siamo andati a Punta Giglio, abbiamo visitato il museo dell’ex colonia penale e il percorso tematico dedicato al Piccolo principe, l’immortale personaggio creato da Antoine de Saint-Exupéry. Abbiamo fatto molte passeggiate, una volta fino al promontorio da cui si vede l’isola Piana. L’ultimo giorno abbiamo esplorato le grotte di Nettuno. Tra un’attività e l’altra erano previsti dei momenti di rilassamento, come andare in spiaggia a fare un tuffo». 

Cosa vi ha lasciato questa esperienza?

«Ci siamo messi in gioco con i ragazzi e anche loro hanno fatto lo stesso. Abbiamo condiviso le attività, mentre di solito in comunità la differenza dei ruoli è evidente. Mi ha colpito l’effetto positivo della natura, degli spazi aperti, che hanno risvegliato in loro la voglia di fare. Il gruppo si è rafforzato. La sera si faceva il punto della giornata con gli altri colleghi: un’occasione per trarre ispirazione dalle loro osservazioni». 

Struttura per minori e giovani adulti, il racconto del responsabile Luca Manconi 

Quali sono i numeri della struttura?

«La struttura denominata “La tenda”, rivolta a minori e giovani adulti dipendenti da sostanze d’abuso o sottoposti a misure giudiziarie e con un disturbo mentale riconosciuto, si trova a Iglesias in via Don Minzoni 8. I minori in genere hanno un’età che parte dai 15 anni, i giovani adulti dai 18 ai 22-23 anni. Dall’apertura (ottobre 2018) sono stati ospitati finora oltre 20 ragazzi. Attualmente sono in dieci, 4 dei quali maggiorenni.

Da dove arrivano i ragazzi ospiti?

I ragazzi vengono inviati in comunità dalla ASL — con finalità terapeutica, in seguito a uso e abuso di sostanze, o per problemi di natura psichiatrica — e dal Centro giustizia minorile della Sardegna (collegato agli USM – Ufficio servizi minorili – territoriali).

Che attività si svolgono durante la giornata?

Come avviene in comunità, tutti i momenti relativi alla cura dell’ambiente della struttura sono svolti da loro. Di mattina si praticano attività lavorative interne all’Associazione (come l’affiancamento dei manutentori o i lavori di pubblica utilità a Iglesias). Nel pomeriggio c’è spazio per le attività di gruppo (sempre con finalità terapeutiche, ad esempio sull’uso delle sostanze, sulle dinamiche comunitarie interne o per confrontarsi sui vari temi); le attività sportive (tutte esterne, come la palestra) e le uscite ludico-ricreative nel territorio.

Si sente di tracciare un bilancio delle attività?

Considerando che la struttura è stata riaperta dopo sei anni di interruzione del servizio, e vista la problematicità dei ragazzi, il bilancio finora è senz’altro positivo. Per il futuro si prospetta un cambio di sede e il progressivo inserimento dei ragazzi nei progetti avviati dalla Comunità.

Intervista a Denise Orrù, responsabile della nuova struttura per minori donne

Denise Orrù

Ci parli della nuova struttura.

«L’attività è iniziata il 2 luglio all’Eremo di Cuccuru Tiria, denominata “L’innesto”, dove sarà possibile accogliere minori (da 14 a 18 anni) e giovani adulte (dai 18 ai 21 anni), che siano dipendenti da sostanze d’abuso, disturbi mentali e sottoposte a misure giudiziarie, nonché “minori sociali” (utenze inviate dai comuni, senza particolari problemi psichiatrici o di abusi di sostanze, ma vessati — ad esempio — da problemi famigliari o comportamentali».

 Chi ospita finora la nostra comunità?

«Sono presenti due ragazze, domani se ne aggiungerà una terza (due mandate dalla neuropsichiatria e una doppia diagnosi)».

Come si svolgono le giornate?

«Le attività quotidiane — in un periodo particolare come l’estate, quando non c’è scuola né tirocini avviati — si svolgono tutte nella struttura o nei pressi, con l’accompagnamento degli operatori. Si tratta ad esempio di sistemare e curare gli spazi comuni, preparare i pasti e la sera partecipare a uscite ricreative. A tutto questo vanno abbinati lo svolgimento dei gruppi psico-educativi e i colloqui per mantenere sotto controllo il quadro della situazione».

28 giugno 2019


“Sentieri di libertà”, Parlano gli accompagnatori: Marco Corrias, operatore della comunità, e la psichiatra Gloria Atzeni 

Sig. Corrias, com’era organizzata questa quarta edizione dell’iniziativa?

«Si è svolta dal 27 al 30 giugno 2019 nel suggestivo scenario naturale offerto dai tacchi dell’Ogliastra: quattro giornate dedicate al trekking, seguendo la prassi della montagna-terapia».

Chi ha coinvolto?

«220 pazienti ospiti di comunità terapeutiche e 80 fra operatori della salute mentale, medici di altri settori, esperti di montagna e volontari provenienti da tutta l’Isola».

Come si svolgevano le giornate?

«Alle escursioni di trekking si sono alternati incontri, dibattiti e riflessioni su temi inerenti all’esperienza, le cui sintesi venivano poi condivise a fine giornata nelle riunioni plenarie, aperte al mondo del volontariato e alla cittadinanza attiva delle comunità locali».

E per quel che riguarda la nostra Comunità?

«Per l’Associazione Casa Emmaus Impresa Sociale erano presenti cinque utenti della struttura maschile classificati come doppie diagnosi e tre ragazzi provenienti dalla struttura minori e giovani adulti»

Cosa è successo nel corso delle giornate?

Il primo giorno — 27 giugno — tutti i partecipanti si sono incontrati al campeggio “Scala di San Giorgio” di Osini, quindi si è svolta una riunione conoscitiva in cui i partecipanti si sono presentati, si è spiegato cos’è il trekking e quali siano le sue ricadute positive sia sul piano fisico che mentale. Sono seguiti il trasferimento a Ulassai, la cena per tutti in piazza Barigau e un incontro di condivisione con la popolazione del luogo.

Il secondo giorno è stato dedicato a un’escursione nel territorio dei Tacchi di Jerzu. Il programma è variato perché nel pomeriggio un ragazzo si è perso, quindi alcune ore sono state spese nella ricerca.

L’escursione di sabato 29, programmata nella zona di Perd’e Liana, si è svolta con ritmi più blandi visto lo spavento del giorno prima. Di sera i nostri ragazzi non hanno partecipato alla Festa di “Sentieri di libertà” perché preferivano tornare anticipatamente in comunità e prendere parte alla Festa della famiglia. La domenica era infine prevista un’escursione verso il mare».

Dott.ssa Atzeni, come si sono comportati i nostri utenti?

«Hanno dimostrato empatia e capacità di gestire la circostanza. Non si sono lamentati e hanno saputo riconoscere il momento di difficoltà quando il ragazzo è scomparso e sono scattate le ricerche».

Che bilancio si può trarre dall’esperienza?

«Altamente positivo: un’occasione come questa consente agli utenti di tirar fuori capacità che restano sopite mentre si trovano in comunità, e la possibilità di raggiungere obiettivi condivisi sposta l’attenzione dai problemi personali e permette di accrescere l’autostima. In un contesto del genere, inoltre, i ruoli gerarchici tendono a cadere: tutti indossano la stessa maglietta fornita dall’organizzazione e si sentono tra pari. Le occasioni per socializzare sono state numerose ed è emersa una notevole propensione a comprendere i problemi di chi si è trovato, di volta in volta, in difficoltà».