Interviste

a cura di Luca Mirarchi

La vita allo SPRAR di Iglesias

Intervista a Fernando Schirru, coordinatore della struttura SPRAR (SIPROIMI) dal primo gennaio 2019.

Ci parli del progetto SPRAR.

«Lo SPRAR si proponeva di offrire misure di assistenza e di protezione al singolo

beneficiario, favorendo e facilitando il percorso di integrazione, fornendo gli strumenti e le competenze necessari a divenire cittadini consapevoli e autonomi.

L’acronimo SPRAR stava a significare Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (ovvero titolari di protezione internazionale). Dopo l’entrata in vigore del Decreto Salvini sulla sicurezza, gli SPRAR, dal dicembre 2018, assumono la denominazione di SIPROIMI (Sistema di Protezione per titolari di Protezione Internazionale e per Minori stranieri non accompagnati): un cambiamento che esclude così dal programma di protezione i richiedenti asilo.

Come si è declinato a Iglesias?

«A Iglesias il progetto, triennale, attivo dal 2016, è attualmente in fase di rinnovamento. L’Associazione Casa Emmaus Impresa Sociale si qualifica come ente attuatore, mentre il Comune di Iglesias è l’ente gestore. La nostra struttura comprende 4 appartamenti ad Iglesias, situati in via Pasteur e via Sant’Antonio. Abbiamo a disposizione 20 posti letto e ospitiamo al presente 21 persone (la persona in più non incide sul budget ed è presente per non spezzare un nucleo familiare). La struttura è infatti pensata per accogliere donne, donne con bambini e nuclei familiari. Dei ventuno ospiti 18 arrivano dalla Siria e 3 dal Camerun (rimarranno sotto protezione umanitaria fino ad esaurimento del loro progetto). In tutti i casi si tratta di rifugiati con protezione internazionale di cinque anni rinnovabile, che permette a pieno titolo di risiedere nei paesi che sottoscrivono la convenzione».

Qual è la vostra organizzazione interna?

«Siamo una delle poche strutture a pieno regime in Sardegna, l’obiettivo è sviluppare le autonomie e favorire l’autodeterminazione dei beneficiari. Monitoriamo tutti i passaggi attraverso un’équipe — composta da uno psicoterapeuta, due mediatori (in inglese, francese e arabo), un’assistente sociale e il coordinatore — che assiste il beneficiario nelle rispettive aree di competenza: mediazione linguistico-culturale; accoglienza materiale; orientamento e accesso ai servizi del territorio; istruzione, formazione e riqualificazione professionale; orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo, abitativo, sociale e legale; tutela psico-socio-sanitaria».

Come si sviluppa il progetto?

«All’accoglienza viene consegnato il regolamento nelle varie lingue interessate, viene presentata l’équipe, che attraverso i colloqui beneficiari — con assistenti sociali, terapeuti ed educatori — e le riunioni settimanali, piano piano mette a punto un progetto personalizzato di presa in carico, in base alle caratteristiche individuali e al bilancio di competenze (valutazione competenza linguistica, CV, punti di forza e criticità). Il progetto dura sei mesi, con la possibilità di un’ulteriore proroga volta al completamento dello stesso. Gli obiettivi sono a medio e lungo termine, rimodulati di volta in volta. Un paio di mesi sono necessari per entrare a pieno regime».

Andando più nel concreto?

«Per prima cosa si traccia un profilo del beneficiario. Prendiamo ad esempio un migrante camerunese che parla italiano, arabo e francese, e faceva già la guida nel suo paese di origine: sta svolgendo il tirocinio al Centro turistico del Comune di Iglesias. Inutile proporre attività che non possono essere portate avanti, magari per scarse competenze linguistiche. I progetti di tirocinio sono infatti volti all’inserimento lavorativo, con un processo di affiancamento che non ha niente di assistenzialistico, ma è solo una preparazione all’autonomia. Diamo ad esempio un elenco di aziende di tutta la zona, li aiutiamo a inviare CV e facciamo facciamo prove simulate dei colloqui di lavoro. Una volta che hanno finito con lo SPRAR si conclude il percorso di accoglienza».

Come si realizza l’integrazione nel tessuto cittadino?

«Favoriamo attività socializzanti per tutti i bambini, come la scuola, l’asilo, gli scout, il doposcuola, lo sport, le colonie estive. Per gli adulti soprattutto palestra e calcio (oltre ai corsi obbligatori di preparazione linguistica). Curiamo anche periodicamente eventi di sensibilizzazione con la cittadinanza, come in occasione della Giornata mondiale migrante, con “C’era una volta in Siria” in Sala Remo Branca, un monologo realizzato sulla base delle testimonianze dei migranti e portato in scena da Elio Turno Arthemalle».

Qual è la difficoltà maggiore che avete affrontato?

«La condizione socioeconomica del territorio, che limita molto le possibilità di inserimento lavorativo (anche se si registra un miglioramento negli ultimi mesi). La cittadinanza si sta dimostrando progressivamente più accogliente. Va anche detto che il numero dei migranti è fortemente diminuito. Da ottobre 2016 non si riscontrano problemi di ordine legale dei ragazzi, dai Minori al CAS allo SPRAR (legato alla possibilità di accoglienza con poche persone e così strutturato). E non dimentichiamo la ricaduta economica legata all’indotto».

Se dovesse tracciare un bilancio?

«Sarebbe molto positivo, lo Sprar italiano (nato dalla legge Bossi-Fini) è un sistema che funziona; è breve, ha risorse che devono essere riscontrate con precisione, grazie a un servizio centrale di verifica molto presente. Rappresenta un modello studiato in diversi paesi europei. E non dimentichiamo l’indotto economico per la zona».

Cosa si potrebbe migliorare? «Da migliorare: bisogna lavorare sempre più sull’integrazione e favorire l’inclusione nelle fasi di svincolo. Indispensabile che i beneficiari siano disponibili, spesso con nuclei familiari le cose filano più lisce».

Ricordi dal trekking a Baunei 

Gloria Atzeni, da chi era composta la comitiva?

«Da nove ragazzi della Comunità minori e tre ragazzi giovani della Comunità adulti. Oltre a me li hanno accompagnati due educatrici della Comunità minori, Roberta Tiddia e Silvia Lai, un educatore del CTA, e naturalmente una guida escursionistica». 

Come si è svolta la due giorni di trekking?

«Siamo partiti la mattina di sabato 5 ottobre; giunti sul posto abbiamo subito montato le tende del campo base. Nel pomeriggio siamo andati in escursione e abbiamo visto Su Sterru, la voragine nel Golgo di Baunei profonda circa 250 metri, un nuraghe e alcune pietre di grandi dimensioni tra le quali una che aveva le sembianze di una maschera sarda. Di sera abbiamo cenato all’accampamento sotto le stelle. Metà dei ragazzi sono andati a cercare la legna, l’altra metà si è messa ad arrostire la carne. La sveglia domenica era fissata molto presto, tra le 6 e le 6.30, ci aspettava la seconda escursione, più impegnativa, verso Cala Goloritzé. Abbiamo impiegato due ore per arrivare alla spiaggia, dato che tutto il percorso era in salita. Dopo il bagno canonico ci siamo rimessi sulla via del ritorno».

Qual è stato il bilancio?

«Senz’altro positivo. È stata un’occasione importante per rimpossessarsi delle capacità di resistenza e problem solving, trascorrere del tempo all’aria aperta, rendersi utili per gli altri e ritrovare una nuova empatia. Soprattutto la seconda escursione non è stata semplice, né per i ragazzi, né per gli operatori, ma è stato bello vedere come tutti si dessero manforte a vicenda, aiutando chi si trovava in difficoltà. Non era semplice per i ragazzi — tenuto conto delle loro diagnosi e del fatto che fossero abituati allo spazio concentrazionario della Comunità — adeguarsi alle regole della montagna, dove se sbagli rischi di mettere in difficoltà anche gli altri. Nelle occasioni conviviali si è creata una bella atmosfera». 

Roberta Tiddia, quali sono state le sue impressioni? 

«Il contatto con la natura è fondamentale per i ragazzi, anche il solo fatto di esporsi ai rumori alle altre sensazioni trasmesse dal verde li distoglie dal pensiero del contesto ambientale in cui vivono ogni giorno. È stato molto gratificante arrivare in quell’angolo di paradiso che è Cala Goloritzé dopo la lunga salita di ciottoli. Per me è stata la prima esperienza di questo genere ma la giudico positivamente. Non bisogna dare niente di scontato, neppure che i ragazzi riescano a stare in un posto in cui i telefoni prendono poco o niente: sappiamo bene quanto vivano sempre interconnessi».

Mirko Frau, qualche appunto?

«È andato tutto bene. Magari la prossima volta si potrebbero selezionare diversamente i componenti della comitiva, alcuni minori erano troppo turbolenti, poco propensi allo stare insieme. Tenuto conto anche di questo aspetto, va sottolineata ancora una volta la correzione che si è venuta a creare nei momenti di difficoltà delle escursioni. Ho proposto in équipe, per il futuro, di considerare anche escursioni di trekking giornaliere, senza bisogno di sostare in campeggio: soluzioni più agili che forse si potrebbero ripresentare più spesso». 

Bushra Alsalami, dalla Siria in guerra a una seconda vita in Sardegna

Bushra Alsalami

Ci parli della sua storia.

«Sono nata Homs, un’antichissima città della Siria Occidentale, nel 1989. Ho vissuto in Siria fino ai ventisette anni, prima della guerra si stava bene, si poteva studiare liberamente. Ma l’adolescenza, si sa, è un periodo di forti tensioni: ho dovuto affrontare una malattia legata allo stress che mi ha rallentato e ho preso in ritardo il diploma. Era iniziata con dei forti dolori allo stomaco, poi la situazione è degenerata fino a provocare una perforazione dello stomaco, e per lungo tempo sono stata costretta a seguire una dieta rigidissima. Per due anni mi sono trasferita da mia sorella e poco tempo dopo ho trovato l’amore. Con mio marito ci siamo sposati due settimane dopo il nostro primo incontro. Abbiamo avuto due bambine».

Nel 2011 è scoppiata la guerra.

«Sono stati anni molto difficili. In quanto cristiana è diventato sempre più complesso andare all’università (che ho dovuto lasciare), non si poteva andare nemmeno in chiesa. Per tanti mesi siamo stati costretti a rimanere dentro casa, sotto bombardamenti continui, con il problema di trovare anche solo qualcosa da mangiare. Homs è stata assediata a lungo dall’esercito di Assad, in seguito c’è stato l’arrivo dell’Isis. Molti sono stati uccisi, io stessa ho temuto per la mia vita e ho rischiato di finire prigioniera o schiava. Un primo tentativo di fuga nel deserto non è andato a buon fine, allora mio marito si è mosso da solo, grazie al passaggio di un ragazzo che andava a Beirut in moto. In due mesi ha preparato i documenti per venire in Italia. Io l’ho raggiunto con le bambine e siamo partiti».

Dopo cos’è successo?

«Tanti spostamenti. Da Roma siamo arrivati in Sardegna, a Badesi, dove siamo rimasti un anno e tre mesi, quindi siamo stati a Iglesias, a Terni in Umbria e di nuovo a Iglesias. Nel frattempo è nata la nostra terza figlia. Siamo a Emmaus dall’11 luglio 2018 e ci siamo trovati da subito molto bene. Viviamo in uno dei due appartamenti dello SPRAR in via Sant’Antonio. Abbiamo trovato tanti amici e nuove opportunità. Le due bambine più grandi vanno a scuola, la più piccola all’asilo».

Avete trovato un lavoro?

«Mio marito lo sta cercando. Io a dicembre finirò un corso che ho seguito a Carbonia per diventare Operatore socio-sanitario. Prima devo concludere un tirocinio di 250 ore all’ospedale CTO di Iglesias, al termine ci sarà l’esame finale. È stato un percorso molto impegnativo».

Complimenti di cuore. A settembre ha partecipato anche all’evento “Spiagge e Fondali puliti”.

«Abbiamo ripulito il litorale di Masua, per fortuna non c’erano troppi rifiuti. È stata una giornata molto bella. Sono felice di poter fare qualcosa per il bene comune, sentirmi parte attiva della comunità che ci ospita. Il problema dell’ambiente riguarda il mondo intero, ma tutti possono dare il loro contributo per migliorare la situazione».

Casa Emmaus incontra Sant’Egidio, intervista al presidente prof.Fernando Nonnis

Nel 2017, in Libano a Beirut, la Direttrice Giovanna Grillo ha conosciuto Maria Quinto della Comunità di S.Egidio, responsabile dei “Corridoi Umanitari” per i profughi siriani. E’ stato un incontro felice: Casa Emmaus a più riprese ha dato disponibilità di accoglienza a nuclei familiari per un totale di 20 persone, compreso un nucleo con una giovanissima ragazza con gravissima disabilità. Un impegno notevole, cui abbiamo fatto fronte con nostre risorse. Progressivamente questi nuclei sono transitati nello SPRAR che Casa Emmaus – Impresa Sociale gestisce per il Comune di Iglesias. Al momento questi nuclei vivono la loro vita ad Iglesias, frequentano i corsi d’Italiano, i bambini e le ragazze frequentano la scuola primaria e secondaria, alcuni degli adulti corsi di formazione. Oltre i corridoi umanitari della Comunità di S. Egidio, Casa Emmaus Impresa Sociale  ha avviato autonomamente un corridoio umanitario in proprio in Siria grazie alla disponibilità del Dott. Elia Caporossi, rappresentante della diplomazia italiana in questo Paese , ultimo diplomatico italiano a lasciare la Siria per via dell’avvicinarsi dei combattimenti, in cui è rimasta comunque la nostra ambasciata col personale siriano. Grazie a questo prezioso apporto abbiamo fatto arrivare dalla Siria, attraverso il Libano, 11 giovani universitari siriani, di fede cristiana e musulmana, che attraverso un accordo con l’Università degli Studi di Cagliari, frequentano, con  profitto, in diverse facoltà. Casa Emmaus Impresa Sociale provvede , in modo spartano ma attento alle loro necessità, come fa peraltro per altri ospiti italiani.

Casa Emmaus in Libano, intervista alla direttrice Giovanna Grillo

Da quanto tempo Casa Emmaus lavora a Beirut?

«Almeno 4 anni fa, oramai».

Cosa comporta questo impegno?

«Ad oggi siamo collegati con diverse associazioni e offriamo il nostro contributo in diversi modi. Per esempio, mandiamo ambulanze fornite di tutte le attrezzature necessarie, inviamo i container carichi di tutto ciò che può servire ai siriani esiliati in Libano (come il vestiario, i farmaci più usati, il materiale scolastico), avviamo corsi di formazione professionale, offriamo borse lavoro, cerchiamo di sostenere le loro famiglie anche sul piano economico, pagando l’affitto delle abitazioni in cui si trovano per garantirne la sopravvivenza, ci spendiamo in particolare per le madri sole, che rappresentano un problema fortemente sentito nei paesi musulmani (a riguardo abbiamo mandato diverse macchine da cucire perché possano rendersi autonome). Cerchiamo di contribuire alla cooperazione internazionale intorno a queste realtà, e manteniamo sempre viva la collaborazione con le associazioni libanesi cristiane e musulmane e con l’ambasciata per quel che riguarda i corridoi umanitari e universitari.

Il Libano è un paese come una bomba a orologeria, in cui quattro milioni di persone ospitano due milioni di profughi, c’è grande tensione politica e religiosa. Il ricordo della guerra, ancora fresco (restano i segni sui tanti palazzi bombardati) agisce come deterrente alla ripresa delle ostilità».

Perché Casa Emmaus ha deciso di dedicarsi alla cooperazione internazionale?

«Le ragioni sono molteplici ma nascono tutte da un principio comune: poiché ognuno di noi appartiene al genere umano, nessuno dovrebbe voltare la faccia di fronte al dolore dell’altro. Casa Emmaus è entrata in contatto con il dolore di un altissimo numero di persone nel corso degli anni. Se poi ci riferiamo al Medio Oriente e alla Siria, bisogna anche tener presente la corresponsabilità dell’Occidente nelle guerre che da tempo immemore si abbattono su quell’area. Sarebbe dunque auspicabile anche solo una piccola restituzione di quello che si è portato via a quei popoli. Vorremmo dunque impegnarci a fondo perché queste ferite vengano sanate — consapevoli del fatto che le conseguenze positive riguarderebbero l’intera società».

Chi sono i nostri principali partner in questo Paese?

«La maison de la Providence, Bonheur du ciel, Monastero Deir Mar Musa in Sira, nuova fraternita maronita BEIT MAROUN W KHEDDEM ARZET LEBNEN e naturalmente Sant’Egidio per l’accoglienza delle famiglie. Andando lì spesso, abbiamo messo su una grossa rete di contatti, con molte associazioni cattoliche, greche ortodosse, musulmane, o di ciechi nel sud del Libano».v

Quali sono i progetti futuri?

 «Entro la fine dell’anno vorremmo concretizzare una sinergia che veda come partner L’ATS Sardegna e il Responsabile della formazione per l’ ATS, dott. Gianni Salis e l’Università di Beirut, così da realizzare un progetto di formazione sanitaria che possa aiutare chi è stato colpito, nella popolazione dei profughi dalla guerra, da disturbo post traumatico da stress (PTSD) o debba confrontarsi anche con altri problemi relativi alla sua condizione psicofisica. E siamo profondamente interessati a proseguire la collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio per quel che riguarda il discorso dei corridoi umanitari. Stiamo poi presentando diversi progetti di cooperazione internazionale presentati alla Regione Sardegna, nello specifico per agevolare il reinserimento lavorativo dei profughi siriani. È nostro interesse anche quello di approfondire la collaborazione con la Comunità di Capodarco, attraverso la loro ONG per presentare dei progetti di cooperazione internazionale con loro in Siria». ������П<�߽

Gli educatori Roberto Ambu e Anna Maria Milia raccontano il campus di luglio ad Alghero

Iniziamo partendo della logistica. (Risponde Roberto Ambu). 

«Il campus si è svolto nello splendido scenario del Parco naturale regionale di Porto Conte, a venti minuti circa da Alghero, dal 22 al 26 luglio. Alloggiavamo nell’abitazione dove un tempo viveva il direttore dell’ex colonia penale di Tramariglio, che adesso è stata trasformata in un museo di storia carceraria». 

Da chi era formato il gruppo?

«C’erano sei ragazzi ospiti della Struttura per minori e giovani adulti di via Don Minzoni a Iglesias, tre dei quali sono minorenni. Oltre a me e all’altra educatrice, Anna Maria Milia, avevamo il supporto di Silvia Sbarra, psicologa della formazione, e di Alma Serpi, psicologa dello sport, che hanno organizzato le attività con i ragazzi». 

A quali attività si sta riferendo?

«La mattina era dedicata ai giochi. Alcuni più statici, per esplorare gli aspetti emotivi dei ragazzi, altri più dinamici, per elaborare strategie di problem solving. 

Entrando più nel concreto? 

«Per quel che riguarda il primo tipo, ad esempio il lavoro con i cartelloni. Ogni ragazzo doveva disegnare e ritagliare una stella e poi scrivere su ogni lato una sua caratteristica personale. Dopo le incollavano su un altro cartellone mettendo vicine le stelle che avevano un lato in comune, creando così una costellazione. Chi era molto introverso ha imparato ad aprirsi, e lo ha fatto in modo più spontaneo di quanto avvenga in comunità».

E invece, gli altri tipi di gioco? (La parola passa ad Anna Maria Milia). 

«Ad esempio un esercizio sulla fiducia: i ragazzi a turno salivano sulla staccionata alta un metro, poi si lasciavano cadere di spalle e un compagno evitava che cadessero a terra. Era essenziale la collaborazione. L’hanno fatto anche i più timorosi: questa è un’esperienza che mi porto dentro anche dopo il campus». 

Come trascorrevate il pomeriggio? 

«Escursioni e visite. Siamo andati a Punta Giglio, abbiamo visitato il museo dell’ex colonia penale e il percorso tematico dedicato al Piccolo principe, l’immortale personaggio creato da Antoine de Saint-Exupéry. Abbiamo fatto molte passeggiate, una volta fino al promontorio da cui si vede l’isola Piana. L’ultimo giorno abbiamo esplorato le grotte di Nettuno. Tra un’attività e l’altra erano previsti dei momenti di rilassamento, come andare in spiaggia a fare un tuffo». 

Cosa vi ha lasciato questa esperienza?

«Ci siamo messi in gioco con i ragazzi e anche loro hanno fatto lo stesso. Abbiamo condiviso le attività, mentre di solito in comunità la differenza dei ruoli è evidente. Mi ha colpito l’effetto positivo della natura, degli spazi aperti, che hanno risvegliato in loro la voglia di fare. Il gruppo si è rafforzato. La sera si faceva il punto della giornata con gli altri colleghi: un’occasione per trarre ispirazione dalle loro osservazioni». 

Struttura per minori e giovani adulti, il racconto del responsabile Luca Manconi 

Quali sono i numeri della struttura?

«La struttura denominata “La tenda”, rivolta a minori e giovani adulti dipendenti da sostanze d’abuso o sottoposti a misure giudiziarie e con un disturbo mentale riconosciuto, si trova a Iglesias in via Don Minzoni 8. I minori in genere hanno un’età che parte dai 15 anni, i giovani adulti dai 18 ai 22-23 anni. Dall’apertura (ottobre 2018) sono stati ospitati finora oltre 20 ragazzi. Attualmente sono in dieci, 4 dei quali maggiorenni.

Da dove arrivano i ragazzi ospiti?

I ragazzi vengono inviati in comunità dalla ASL — con finalità terapeutica, in seguito a uso e abuso di sostanze, o per problemi di natura psichiatrica — e dal Centro giustizia minorile della Sardegna (collegato agli USM – Ufficio servizi minorili – territoriali).

Che attività si svolgono durante la giornata?

Come avviene in comunità, tutti i momenti relativi alla cura dell’ambiente della struttura sono svolti da loro. Di mattina si praticano attività lavorative interne all’Associazione (come l’affiancamento dei manutentori o i lavori di pubblica utilità a Iglesias). Nel pomeriggio c’è spazio per le attività di gruppo (sempre con finalità terapeutiche, ad esempio sull’uso delle sostanze, sulle dinamiche comunitarie interne o per confrontarsi sui vari temi); le attività sportive (tutte esterne, come la palestra) e le uscite ludico-ricreative nel territorio.

Si sente di tracciare un bilancio delle attività?

Considerando che la struttura è stata riaperta dopo sei anni di interruzione del servizio, e vista la problematicità dei ragazzi, il bilancio finora è senz’altro positivo. Per il futuro si prospetta un cambio di sede e il progressivo inserimento dei ragazzi nei progetti avviati dalla Comunità.

Intervista a Denise Orrù, responsabile della nuova struttura per minori donne

Denise Orrù

Ci parli della nuova struttura.

«L’attività è iniziata il 2 luglio all’Eremo di Cuccuru Tiria, denominata “L’innesto”, dove sarà possibile accogliere minori (da 14 a 18 anni) e giovani adulte (dai 18 ai 21 anni), che siano dipendenti da sostanze d’abuso, disturbi mentali e sottoposte a misure giudiziarie, nonché “minori sociali” (utenze inviate dai comuni, senza particolari problemi psichiatrici o di abusi di sostanze, ma vessati — ad esempio — da problemi famigliari o comportamentali».

 Chi ospita finora la nostra comunità?

«Sono presenti due ragazze, domani se ne aggiungerà una terza (due mandate dalla neuropsichiatria e una doppia diagnosi)».

Come si svolgono le giornate?

«Le attività quotidiane — in un periodo particolare come l’estate, quando non c’è scuola né tirocini avviati — si svolgono tutte nella struttura o nei pressi, con l’accompagnamento degli operatori. Si tratta ad esempio di sistemare e curare gli spazi comuni, preparare i pasti e la sera partecipare a uscite ricreative. A tutto questo vanno abbinati lo svolgimento dei gruppi psico-educativi e i colloqui per mantenere sotto controllo il quadro della situazione».

 


“Sentieri di libertà”, Parlano gli accompagnatori: Marco Corrias, operatore della comunità, e la psichiatra Gloria Atzeni 


Sig. Corrias, com’era organizzata questa quarta edizione dell’iniziativa?

«Si è svolta dal 27 al 30 giugno 2019 nel suggestivo scenario naturale offerto dai tacchi dell’Ogliastra: quattro giornate dedicate al trekking, seguendo la prassi della montagna-terapia».

Chi ha coinvolto?

«220 pazienti ospiti di comunità terapeutiche e 80 fra operatori della salute mentale, medici di altri settori, esperti di montagna e volontari provenienti da tutta l’Isola».

Come si svolgevano le giornate?

«Alle escursioni di trekking si sono alternati incontri, dibattiti e riflessioni su temi inerenti all’esperienza, le cui sintesi venivano poi condivise a fine giornata nelle riunioni plenarie, aperte al mondo del volontariato e alla cittadinanza attiva delle comunità locali».

E per quel che riguarda la nostra Comunità?

«Per l’Associazione Casa Emmaus Impresa Sociale erano presenti cinque utenti della struttura maschile classificati come doppie diagnosi e tre ragazzi provenienti dalla struttura minori e giovani adulti»

Cosa è successo nel corso delle giornate?

Il primo giorno — 27 giugno — tutti i partecipanti si sono incontrati al campeggio “Scala di San Giorgio” di Osini, quindi si è svolta una riunione conoscitiva in cui i partecipanti si sono presentati, si è spiegato cos’è il trekking e quali siano le sue ricadute positive sia sul piano fisico che mentale. Sono seguiti il trasferimento a Ulassai, la cena per tutti in piazza Barigau e un incontro di condivisione con la popolazione del luogo.

Il secondo giorno è stato dedicato a un’escursione nel territorio dei Tacchi di Jerzu. Il programma è variato perché nel pomeriggio un ragazzo si è perso, quindi alcune ore sono state spese nella ricerca.

L’escursione di sabato 29, programmata nella zona di Perd’e Liana, si è svolta con ritmi più blandi visto lo spavento del giorno prima. Di sera i nostri ragazzi non hanno partecipato alla Festa di “Sentieri di libertà” perché preferivano tornare anticipatamente in comunità e prendere parte alla Festa della famiglia. La domenica era infine prevista un’escursione verso il mare».

Dott.ssa Atzeni, come si sono comportati i nostri utenti?

«Hanno dimostrato empatia e capacità di gestire la circostanza. Non si sono lamentati e hanno saputo riconoscere il momento di difficoltà quando il ragazzo è scomparso e sono scattate le ricerche».

Che bilancio si può trarre dall’esperienza?

«Altamente positivo: un’occasione come questa consente agli utenti di tirar fuori capacità che restano sopite mentre si trovano in comunità, e la possibilità di raggiungere obiettivi condivisi sposta l’attenzione dai problemi personali e permette di accrescere l’autostima. In un contesto del genere, inoltre, i ruoli gerarchici tendono a cadere: tutti indossano la stessa maglietta fornita dall’organizzazione e si sentono tra pari. Le occasioni per socializzare sono state numerose ed è emersa una notevole propensione a comprendere i problemi di chi si è trovato, di volta in volta, in difficoltà».