Casa Emmaus in Libano, intervista alla direttrice Giovanna Grillo

Da quanto tempo Casa Emmaus lavora a Beirut?

«Almeno 4 anni fa, oramai».

Cosa comporta questo impegno?

«Ad oggi siamo collegati con diverse associazioni e offriamo il nostro contributo in diversi modi. Per esempio, mandiamo ambulanze fornite di tutte le attrezzature necessarie, inviamo i container carichi di tutto ciò che può servire ai siriani esiliati in Libano (come il vestiario, i farmaci più usati, il materiale scolastico), avviamo corsi di formazione professionale, offriamo borse lavoro, cerchiamo di sostenere le loro famiglie anche sul piano economico, pagando l’affitto delle abitazioni in cui si trovano per garantirne la sopravvivenza, ci spendiamo in particolare per le madri sole, che rappresentano un problema fortemente sentito nei paesi musulmani (a riguardo abbiamo mandato diverse macchine da cucire perché possano rendersi autonome). Cerchiamo di contribuire alla cooperazione internazionale intorno a queste realtà, e manteniamo sempre viva la collaborazione con le associazioni libanesi cristiane e musulmane e con l’ambasciata per quel che riguarda i corridoi umanitari e universitari.

Il Libano è un paese come una bomba a orologeria, in cui quattro milioni di persone ospitano due milioni di profughi, c’è grande tensione politica e religiosa. Il ricordo della guerra, ancora fresco (restano i segni sui tanti palazzi bombardati) agisce come deterrente alla ripresa delle ostilità».

Perché Casa Emmaus ha deciso di dedicarsi alla cooperazione internazionale?

«Le ragioni sono molteplici ma nascono tutte da un principio comune: poiché ognuno di noi appartiene al genere umano, nessuno dovrebbe voltare la faccia di fronte al dolore dell’altro. Casa Emmaus è entrata in contatto con il dolore di un altissimo numero di persone nel corso degli anni. Se poi ci riferiamo al Medio Oriente e alla Siria, bisogna anche tener presente la corresponsabilità dell’Occidente nelle guerre che da tempo immemore si abbattono su quell’area. Sarebbe dunque auspicabile anche solo una piccola restituzione di quello che si è portato via a quei popoli. Vorremmo dunque impegnarci a fondo perché queste ferite vengano sanate — consapevoli del fatto che le conseguenze positive riguarderebbero l’intera società».

Chi sono i nostri principali partner in questo Paese?

«La maison de la Providence, Bonheur du ciel, Monastero Deir Mar Musa in Sira, nuova fraternita maronita BEIT MAROUN W KHEDDEM ARZET LEBNEN e naturalmente Sant’Egidio per l’accoglienza delle famiglie. Andando lì spesso, abbiamo messo su una grossa rete di contatti, con molte associazioni cattoliche, greche ortodosse, musulmane, o di ciechi nel sud del Libano».

Quali sono i progetti futuri?

«Entro la fine dell’anno vorremmo concretizzare una sinergia che veda come partner L’ATS Sardegna e il Responsabile della formazione per l’ ATS, dott. Gianni Salis e l’Università di Beirut, così da realizzare un progetto di formazione sanitaria che possa aiutare chi è stato colpito, nella popolazione dei profughi dalla guerra, da disturbo post traumatico da stress (PTSD) o debba confrontarsi anche con altri problemi relativi alla sua condizione psicofisica. E siamo profondamente interessati a proseguire la collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio per quel che riguarda il discorso dei corridoi umanitari. Stiamo poi presentando diversi progetti di cooperazione internazionale presentati alla Regione Sardegna, nello specifico per agevolare il reinserimento lavorativo dei profughi siriani. È nostro interesse anche quello di approfondire la collaborazione con la Comunità di Capodarco, attraverso la loro ONG per presentare dei progetti di cooperazione internazionale con loro in Siria».

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